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Pifferetti: un Giornale di prigionia articolo della Voce del Popolo Maggio 2026

  

“Il reggimento è fatto di un po’ di tutto: da ingenui e da maliziati; da gente educata e da persone rozze, da timidi e da audaci, da umili e da prepotenti, da praticanti e da spregiudicati, da figliuoli attaccati alla mamma e da altri troppo indipendenti, da preoccupati della famiglia e degli affari e da indifferenti a tutto, da anime sane nei principî e da anime ribelli, da melanconici e da ridanciani, da fidanzati, da sposi, da padri; da artigiani, contadini e professionisti”. Sono alcune parole tratte da “Faville”, il giornale di prigionia, che prese vita nel 1941 nel campo prigionieri di Bangalore in India, promosso da padre Pifferetti (1908-1980), dell’Oratorio della Pace, cappellano militare nei campi di prigionia in India, Egitto e Albania. Dalla lettura di “Faville” si colgono gli stati d’animo dei soldati che, in quei momenti di guerra e prigionia, si rivolgono con affetto alle fidanzate, alle mogli o alle madri. Il Giornale parla del contesto in cui è nato, tra fascismo e antifascismo, tra aspirazioni di guerra e speranze di pace: la sfida è raccontarlo a tutti senza cancellare e obliare. Tutto ciò è raccontato in una ricca mostra visitabile presso l’Archivio Storico Diocesano da lunedì 15 maggio a venerdì 19 giugno. [Giornale di prigionia, 1941]

Articolo tratto dalla “Voce del Popolo” BS – Maggio 2026

Ilaria Tinelli, fidei donum, in Camerun Con Papa Leone XIV

Pubblichiamo sul nostro sito U.P. la voce e la testimonianza di Ilaria Tinelli, in missione nel Camerun, sulla recente visita di Leone XIV in terra africana. Ilaria è Fidei Donum della nostra Diocesi bresciana alla popolazione del Camerun. Il testo è tratto dalla Voce del Popolo.

Papa Leone è partito, ma nei nostri cuori camerunensi rimbombano molteplici emozioni. L’ultimo saluto fatto alla popolazione camerunense si è svolto all’aeroporto militare di Yaoundé, mentre nell’omelia ci parlava di pace, tutt’attorno poliziotti, militari e guardie presidenziali armate camminavano per garantire la sicurezza in un Paese in cui in alcune zona ancora c’è la guerra. Leone XIV ci ha mostrato coraggio e determinazione per un mondo più pacifico, visitando Bamenda, una città della zona nord-ovest del Camerun, in cui ancora è pericoloso recarsi. Durante la sua visita nella zona anglofona, ci ha ricordato tramite un gesto forte – far volare delle colombe – come sia importante che tutte le guerre pongano fine. Ha invitato a “trasformare la storia” e ricostruire il tessuto sociale ora esortando alla riconciliazione, dimostrando coraggio nel cambiamento e ricordando che è importante condannare lo sfruttamento e la corruzione poiché alimentano la guerra. Con la sua visita si è definito un “pellegrino di pace e di unità” per condividere le speranze e le fatiche della popolazione e trasmettere un messaggio di Pace e di unità.

Nella città di Douala, ha visitato l’Ospedale Cattolico Saint Paul, pregando nella cappella e benedicendo I malati ricoverati, ricordando loro quanto la preghiera sia importante per la loro guarigione, messaggio che anche io, in quanto Coordinatrice Diocesana della Sanità della Diocesi di Sangmelima, sono chiamata a trasmettere quotidianamente. Nella malattia, cerchiamo di curare il paziente a 360° perché accanto alla cura fisica, quella spirituale è indispensabile in quanto, sull’esempio di Gesù che guariva i malati, dobbiamo ricordare che è Dio colui che ha scritto il disegno della nostra vita.

Infine, nella capitale camerunse, davanti ai miei occhi e al mio cuore, Papa Leone XIV, ha saputo abbracciarci ricordandoci come nei momenti difficili il Signore non ci abbandona. L’emozione è stata immensa poiché condivisa con il popolo con cui vivo da già otto anni e con i colleghi della Conferenza Épiscopale del Camerun. Ascoltare assieme le sue parole ci ha mostrato quanto insieme possiamo essere più forti, un’unità non solo nelle parole ma anche e soprattutto nelle azioni: davanti ad autorità politiche, religiose – cattoliche e non- e tradizionali, il pontefice non ha tardato a dirci di “non avere paura” perché se rimaniamo saldi in Cristo, possiamo affrontare qualsiasi difficoltà e tribolazione affermando che “Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri. Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco.” Un messaggio di forza per ogni essere umano che quotidianamente si trova davanti a delle difficoltà, perché da peccatori possiamo giungere alla riconciliazione del bene con la forza dell’Amore. Un esperienza indescrivibile, che ha fatto scendere qualche lacrima sul viso, asciugata dal calore della fede, che ha lasciato nei nostri cuori il coraggio di vivere da veri cristiani senza vergogna di esserlo e con la gioia di testimoniarlo. Grazie Santità per questi momenti condivisi nella mia terra di missione, grazie per questo primo incontro che ho avuto con Lei in terra camerunense, grazie per la Sua vocazione e le Sue preghiere.

Ci vediamo presto nella mia terra natale, nel frattempo restiamo uniti in un’unica fede nella testimonianza di una Chiesa Universale.

Ilaria Tinelli
Tratto dal sito della Voce del Popolo Brescia

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800 San Francesco : DAI FIORETTI DI SAN FRANCESCO D’ASSISI. Perfetta Letizia

San Francesco | Frati Cappuccini del TrivenetoEra una giornata d’inverno molto fredda. Pioveva e soffiava un vento gelido. San Francesco e frate Leone venivano a piedi da Perugia a Santa Maria degli Angeli. Ad un tratto san
Francesco si fermò, chiamò frate Leone, che si trovava qualche passo più avanti, e gli disse:
«O frate Leone, anche se i frati minori dessero in ogni terra grande esempio di santità, scrivi e tieni bene a mente che non sarebbe in questo la perfetta letizia».

Proseguirono la strada e, dopo un poco, per la seconda volta san Francesco chiamò frate Leone: «O frate Leone, se anche i frati minori potessero ridare la vista ai ciechi, l’udito ai sordi e la parola ai muti, guarire gli storpi e gli zoppi, e, cosa maggiore di tutte, risuscitare un morto da quattro giorni, scrivi che non sarebbe in ciò la perfetta letizia».
Ripreso il cammino, ancora san Francesco si fermò e gridò forte: «O frate Leone, se il frate
minore conoscesse tutte le lingue del mondo e possedesse tutta la scienza tanto da saper fare
profezie e rivelare i segreti delle coscienze e degli animi, scrivi che nemmeno in ciò sarebbe
la perfetta letizia.
Andato un poco più oltre, san Francesco chiamò ancora con forza frate Leone: «O frate
Leone, pecorella di Dio, per quanto il frate minore parli in una lingua angelica e conosca il
corso delle stelle e le proprietà delle erbe e tutti i tesori della terra e tutti gli uccelli, i pesci e
gli altri animali e gli alberi, le pietre, le radici, le acque, tuttavia scrivi che neppure in questo
sarebbe la perfetta letizia.»
Fecero ancora un po’ di strada e san Francesco, di nuovo fermatosi, continuò: «O frate Leone,
anche se i frati minori sapessero predicare così bene da convertire tutti gli infedeli alla fede di
Cristo, scrivi che neppure qui sarebbe perfetta letizia».
E siccome questo modo di parlare durava da ben due miglia, frate Leone, meravigliato da
queste parole, chiese allora a Francesco: «Padre, io ti prego in nome di Dio: dimmi dove è
perfetta letizia».

San Francesco gli rispose: «Quando noi arriveremo al nostro convento di
Santa Maria degli Angeli, e, bagnati di pioggia, gelati per il freddo, infangati e pieni di fame,
busseremo alla porta e il portinaio, verrà adirato a chiederci “Chi siete voi?”, e diremo “Noi
siamo due vostri confratelli!”, ma questi ci risponderà “Voi mentite, anzi siete dei briganti,
che andate per il mondo a ingannare e rubare le elemosine dei poveri”, cosicché non ci farà
entrare e ci costringerà a stare fuori per tutto il giorno e la notte sotto la pioggia e la neve, ma
noi sopporteremo con pazienza e senza protestare e arrabbiarci per la sua crudeltà, presumendo
che non ci abbia riconosciuti, scrivi che qui è perfetta letizia. E se riproveremo più volte a
chiedere al guardiano di aprirci la porte e costui dapprima ci caccerà con parolacce e ceffoni,
e poi alla nostra insistenza risponderà picchiandoci duramente, e noi riusciremo a sopportare
tutto questo pensando alle pene subite dal Cristo Signore, scrivi che qui è perfetta letizia. E
ora, frate Leone, ascolta la conclusione: il dono più grande che Cristo può concederci è di
vincere noi stessi e saper sopportare per amor suo disagi, dolori, insulti.

Solo di questa nostra capacità ci possiamo gloriare, perché tutto il resto appartiene a Dio.»